∞ Stefanauss ∞

una sana overdose di me.

Archive for the ‘Sweet dreams are made of this’ Category

Santorinescamente

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Perugia, Martedì 20 Settembre.

 

Mi trovo a passeggiare per delle viuzze accarezzate dall’ombra degli alberi, il cielo serenissimo. Non so dove mi trovo ma qualsiasi sia il posto, è speculare al ricordo che ho di Santorini.

Ho il telefono in mano e gli do il tormento, passeggio avanti e indietro per la stessa striscia di asfalto ruvido con lo stomaco in panne, ormai convinto che la brezza che passa di lì sia la miglior colonna sonora per quello che sto per fare.

Ti chiamo. Ti chiedo se hai voglia di vederci.

Tu mi rispondi di sì, e mi dai appuntamento per le 9 del mattino. Non riesco a cogliere altro, un’inflessione, un tono, una vibrazione che mi faccia sbirciare nel tuo stato d’animo. E la morsa al mio stomaco si stringe.

Devo pensare e quando penso cammino. Anche se è molto presto, decido di farlo già nella direzione di casa tua, che si trova dall’altra parte dell’isola. Non ho misura, troppo assorbito dalle suggestioni del nostro primo incontro, e i miei passi consumano le salite e le discese delle strade rustiche che attraverso. Sono sotto casa tua già alle 8.

Abiti in un palazzo di un bianco abbagliante, fatto di tanti piccoli appartamenti con delle immense vetrate che danno sulla spiaggia già dorata dal sole. L’intero palazzo sembra progettato per accogliere i raggi di luce e non lasciarli andare mai più.

Quando mi riprendo dalla contemplazione architettonica, la concentrazione torna sul mio stomaco martellante. Per calmarlo, per concedergli una tregua, mi metto a cercarti speranzoso tra le finestre aperte o socchiuse davanti alle quali potresti passare anche solo un istante. Un angolo di razionalità si fa strada per avvisarmi che potresti essere su una delle terrazze, che mi sono precluse da dove mi trovo.

Senza rendermene conto comincio a salire le scale. All’inizio davvero non ne ho coscienza. È solo per il gusto di assaporare un gradino che mi conduce più vicino a te. E poi un altro, e ancora, e ancora.

“Vediamo com’è il primo piano. Giusto per dare un’occhiata.”

“Ma sono tutti così anche gli altri piani?”

“Ah, ma sono tutti open space…”

Ho una scusa per ogni piano. Decido di smetterla di prendermi in giro. Ti sento vicinissima, non ce la faccio più ad aspettare. Comincio lentamente a salire le scale, questa volta per davvero, ed ogni nuovo piano in cui potrei trovarti è un tuffo al cuore da un’altezza sempre maggiore. Letteralmente.

Arrivo al sesto piano. Giro l’angolo e trovo un appartamento diversissimo dagli altri. Non ha un portone, ma un’entratina sospesa, quasi come un piccolo ponte sulle scale, arredata con tavoli e sedie e piante sui due lati. In casa si entra attraverso una lunghissima porta scorrevole vetrata, contornata di legno scuro. Quella che ho davanti è già semi-aperta, e ovviamente fa un pessimo lavoro nel nascondere una bellissima cucina realizzata in un delicato equilibrio di mattone e legno. L’isola ha tutti gli sgabelli al loro posto. Sento il tuo profumo. L’intero posto è pregno della tua femminilità.

Mentre penso a tutte queste cose, ti vedo. È un lampo. Attraversi a passo svelto, ma senza dar l’impressione di correre, un corridoio del quale vedo solo la porzione che si apre sulla cucina. È un attimo, e sei già dall’altra parte, in chissà quale stanza.

Ho smesso di respirare.

Comincio a camminare, lentamente ma senza avere un passo furtivo. Di sicuro non faccio rumore.

Entro, scostando leggermente lo scorrevole nella speranza che il rumore ti richiami, ma è troppo leggero per riuscirci. Mi guardo intorno e assaporo la luce soffusa del mattino e la temperatura perfetta e accogliente della stanza. Ho appena toccato distrattamente uno degli sgabelli che ricompari, questa volta per restare.

Ti volti, mi guardi, e spegni il resto del mondo. La gravità. Il tempo. Tutto.

Indossi un vestitino lungo di tela bianca, leggero, che svolazza il giusto quando ti muovi. Ha una trama colorata, ma è così fitta che non riesco a distinguerla da dove mi trovo. Hai i piedi scalzi, le dita senza smalto. Hai i capelli morbidi e ondulati, e nell’angolo in cui sei la luce che li colpisce aggiunge al contrasto che, proteggendo la pelle del tuo viso, producono con i tuoi occhi.

Grandi. Sorridenti. Mi salutano prima delle tue parole.

Ciao”. Leggero.

“Ciao”. Non so con quale fiato.

Sei in anticipo”. Sempre gli occhi a parlare. Le soppraciglia accigliate a fare da eco.

“Lo so. Scusami”.

E tu sorridi. Solo adesso riesco a sorridere anche io.

Posi entrambi i palmi delle tue mani all’angolo della parete, vicini tra loro. Il tuo viso si china di lato quasi come volessi auscultare i suoni altrove nella casa. Appoggi teneramente la tempia al muro.

“È carinissimo qui”. È uno sforzo disumano per me staccare lo sguardo da te, per far anche solo finta di star valutando davvero sul momento.

Lo è” dici guardandoti intorno anche tu, piena d’amore per quelle mura. Lo stesso amore con cui vorrei mi guardassi. Il tuo movimento permette ai tuoi capelli di scivolare un po’ sulla guancia. Li scosti con l’indice e mi accorgo di quanto percepisca ogni tuo movimento. Resti per una frazione di secondo con la bocca socchiusa, in un leggero sorriso, pronta a far uscire in un sorso solo quel che vuoi dire. E quel che vuoi dire lo dici mentre ti volti verso di me, l’indice ancora dietro il tuo orecchio.

Sempre di testa tua eh? Stavolta ci speravo. L’idea di star qui ad aspettare. Non dovevo dare ascolto alla vocina che mi ricordava la tua avversione per il mattino.” Giochi con il tuo piede, tenendolo a qualche centimetro dal pavimento, leggermente in avanti. O forse su un altro pavimento, immaginario. Lo muovi leggermente, ondeggiando la tua gamba destra. Per la prima volta tradisci un bambinesco imbarazzo.

“Dì alla vocina che se tutte le mattine sono come questa, sono pronto alla resa incondizionata.” Ormai sono oltre l’isola della cucina, pochi passi mi separano da te.

Riferirò, riferirò…

“Honey?”

Sospiri a quel nome. “Si?

“È bello vederti.” Ti raggiungo mentre pronuncio queste esatte parole.

Tu stacchi anche l’altra mano dal muro. Lo fai quasi prendendo una leggera spinta. Ti volti completamente verso di me, i tuoi capelli che mi sfiorano le braccia nel farlo, con quello che mi sembra un meraviglioso passo di danza che però non posso vedere tanto vicino sono. Ti sei voltata con grazia sull’unico piede che hai a terra, l’altro ancora sospeso all’indietro.

Metti i palmi delle tue mani sul tuo petto, assicurandoti l’equilibrio.

È bello averti qui, Stè” dici. Piano. Affondando le tue guance nel mio petto, sopra i dorsi delle tue mani. Ti sigillo nel mio abbraccio, regalando alle mie labbra il contatto coi tuoi capelli.

Non so quanto tempo restiamo così, ma abbastanza per sincronizzare i nostri battiti e i nostri respiri, fin quando divengono indistinguibili. Sto baciando i tuoi capelli quando, delicatamente, riemergi. Non so come ci riesci, ma lo fai a pochi centimetri dalle mie labbra, con lo sguardo già nel mio. Mi sorridi piano piano.

Bacio. Lungo. Lento.

Quando finisce è solo per scomporsi in tanti piccoli frammenti.

Baci. Profondi. Lenti.

Il tuo piede sospeso e nudo che poggia la sua pianta sul muro. Le mie mani sui tuoi fianchi.

La scena cambia e siamo nella tua stanza, nel tuo letto.

Sappiamo entrambi che è pieno pomeriggio, ma è tutto scuro. Non buio, ma di quell’oscurità che è tale abbastanza da nascondere i colori e lasciare le forme.

Siamo sdraiati sui nostri fianchi, vicinissimo, uno accanto all’altro. Non riesco a dire se siamo nudi o vestiti.

Tu stai dormendo, e ti sei addormentata con un sorriso gemello di quello che avevi prima di baciarmi. Forse è perchè è ciò che stavamo facendo fino a poco fa, ancora sul tuo letto.

La cosa più bella è che ti sto accarezzando la guancia ma il tuo sorriso non se ne va o si rilassa, anzi, si allarga.

Eppure giurerei che stai dormendo…

Mi sveglio.

Written by stefanauss

domenica.12.febbraio.2012 at 14:51

Come in una terza di copertina di un Lemony Snicket

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Sotto al mio appartamento abbiamo un altro locale, che nel mio stabile è sempre rimasto allo stato di cantiere, che usiamo come deposito/cantina/ecc. Qualche anno fa era un unico locale che abbracciava tutte e tre le facciate del palazzo, con un balcone esteso per tutta la lunghezza della facciata restante; in pratica tutto un piano. Dopo qualche anno è stata tirata su una parete divisoria e nell’altra metà è stato costruito un vero e proprio appartamento. La nostra metà invece è sempre rimasta com’era, e la usiamo solo per scendere, prendere un qualcosa depositato lì, e tornare su.

Inspiegabilmente, nel corso degli anni una incredibile quantità dei miei sogni si è ambientata lì.

Oggi ho sognato che mi trovavo in questo locale, nella sua configurazione originale senza divisioni. Non solo, era molto, molto, molto più grande, praticamente come se il piano che occupava appartenesse ad un grattacielo. Fuori c’è il sole del pieno pomeriggio, che entra decentemente nella stanza attraverso le fessure delle tapparelle che seppure belle larghe sono comunque tutte tirate giù. Il grosso del contributo alla luminosità lo dà la vetrata del lunghissimo balcone, dalla quale la luce, ma nessun raggio solare, entra a piacimento. La classica situazione dove ogni singolo granello di pulviscolo ti appare meraviglioso in tutta la sua pigrizia.
Dopo un po’ che cammino tra polvere e cianfrusaglie, ma soprattutto tra la povere sulle cianfrusaglie, mi imbatto in una frotta di mie zie e cugine intente a lavorare attorno ad un vecchio tavolo che nel suo momento di gloria troneggiava in una falegnameria. Ci salutiamo distrattamente mentre cerco di intravedere a cosa lavorano, ma sono così tante che il banco di lavoro mi è precluso. Comunque me ne frega veramente poco, e faccio per proseguire quando una delle mie cugine (la stessa che poi avrebbe davvero abitato nell’altra metà del vero locale) si ridesta e mi dice

“Ah Stè, c’è una persona che ha chiesto di te.”
“E chi è?”, dico più sorpreso che curioso.
“Quel tizio tutto… quello che abita qui in fondo.” afferma lei, forte di un aggettivo che evidentemente non sono degno di ascoltare. Faccio di nuovo per andarmene, ma lei conclude con “Comunque è ancora qui, lo trovi più avanti.”

Dopo un po’ che cammino arrivo in fondo, nella parte più vicina alla balconata. E’ pieno di vecchi macchinari da falegnameria, che sto costeggiando vicino alla parete. Arrivato quasi in fondo, finalmente intravedo la persona in questione.
E’ alta. Ed è vestita in modo tale da rendere invisibile qualsiasi lembo della sua pelle. Impermeabile grigio lungo fino alle caviglie, cappello abbinato con la tesa larga e occhiali da sole scuri. Guanti. La cosa strana però è che tutto questo guardaroba gli cade addosso proprio come se fosse appeso ad un attaccapanni.

Non resta lì ad aspettare che lo raggiunga, anzi appena mi vede scatta verso di me come un centometrista sui blocchi. La sua corsa è strana, sembra una cavalcata. Io continuo a camminare normalmente, fin quando lui non è quasi arrivato all’angolo dello stretto corridoio tra macchine per il legno e parete che sto percorrendo. In quel momento, inciampa, o almeno così mi sembrerebbe se non fosse che il suo impermeabile, i suoi guanti, il cappello e gli occhiali paiono come smontarsi e cadere prima di lui. Il risultato: li sento cadere a terra, e poi silenzio, e non vedo più il tizio fino a quando non arrivo, affrettandomi, esattamente oltre l’ultima delle macchine.

Poco più lontano di dove mi sarei aspettato di trovarlo ma dove invece ci sono solo quei vestiti, non c’è un qualcuno. Al suo posto, un cagnolone dal pelo bianchissimo e ordinato. Se non fosse stato un cane avrebbe potuto tranquillamente essere un orso polare, magari cucciolo.
Sta lì a fissarmi per un po’, scodinzolando leggermente. Stretti nella sua morsa ci sono dei fogli di carta. Quando decido che questo stallo è durato abbastanza, allargo leggermente le braccia con i palmi rivolti verso fuori e scrollo di un minimo le spalle, in un classico movimento da “Allora? Cos’è che vuoi?“.
Per tutta risposta, scosta il muso per prendere slancio e con un movimento deciso della testa lancia verso di me quei fogli di carta. Li afferro facendo mentalmente i complimenti all’agilità della razza.
I fogli saranno una sessantina, sono spillati. Il testo è scritto a macchina. Mi ci gioco le palle che quei fogli A4 non hanno mai visto una getto d’inchiostro. Hanno la forma di ciò che è stato letto e riletto e poi piegato a U per tenerli meglio in mano, forse per portarli altrove. Do’ una rapida occhiata al contenuto. Non soddisfatto dallo spulcio, passo ai modi espliciti.

– “Che roba è?” dico alzando gli occhi verso Zanna Bianca.
– “Un racconto.” risponde lui. E quando dico risponde, intendo risponde.
I sogni hanno regole loro, e una di quelle più tassative è che non fai mai la domanda più logica. Quindi adesso non mi chiederò perché Zanna Bianca sappia parlare, ma bensì mi domanderò una cosa tipo
– “E perché lo dai a me?“, con fare scocciato oltretutto.
Zanna Bianca esala una perfetta sintesi tra una risata di gusto e un latrato. Si capisce che si tratta di questo dalla leggera accelerazione a cui la coda è sottoposta. Dopo un po’ risponde, col tono di chi ne sa molto più di te:
– “Diciamo che… non ci saranno più variazioni.

Fisso Zanna Bianca per un po’, ma lui non mi da la sensazione di volere aggiungere qualcosa entro breve. Abbasso lo sguardo verso lo scritto come a voler cercare la risposta lì, ma per fortuna non serve. D’improvviso capisco che, qualunque cosa abbia tra le mani, è postumo.
Come rianimato dalla consapevolezza, stavo per chiedere se il racconto fosse incompleto (invece di un più generoso “che è successo all’autore?“, ma sapete come sono le regole), ma prima che possa proferire parola mi sveglio. Ore 7:55.

Written by stefanauss

martedì.27.aprile.2010 at 17:14

Camera oscura

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Scrivo solo perchè scripta manent.

Non ci sono altre ragioni per provare a descrivere questo sogno, ma voglio ricordarlo in futuro. Per motivi che mi saranno chiari solo in divenire, ovvio.

Tutta la mia famiglia e i nonni materni siamo in vacanza in montagna. Lo so perchè è l’unico posto dove io abbia mai visto la neve, e questa è presente in abbondanza. Per quanto l’esterno mi sia sconosciuto, l’interno è identico a quello della casa dei nonni paterni in Sila, ma senza neanche una finestra. Papà e nonno Salvatore sono seduti sul claustrofobico divano rosso, Nonna Carmela sfoggia il suo metro e cinquantasei sulla soglia della cucina. Mamma e Martina non le vedo, io siedo al tavolo.

Il Nonno Salvatore si sente male. Il suo colorito è acceso di rosso, tiene una mano stretta al petto. Io so che è un infarto, ma la presa al petto è strana e quasi buffa: sembra sul punto di cantare l’Inno.

Non si muove freneticamente, anzi ondeggia mentre con la bocca mezza aperta cattura ogni volta pochissima aria. Ricordo di aver pensato che era di un silenzio estremo quell’infarto. L’unico suono nella stanza era quello delle imprecazioni di un secondo Nonno Salvatore, in tutto e per tutto identico al primo se si eccettua il miglior stato di salute. Maledice l’altro sé stesso, colpevole di trapassare senza troppo savoir faire.

So di essere stato preoccupato tutto il tempo. Solo preoccupato, non angosciato o disperato. L’atmosfera era del tutto permeata dalla comune considerazione che si, tanto, c’era un Nonno di riserva.

Poi cambia tutto. Non di colpo, non vortica tutto, non volo io, niente di metafisico. Come quando ti addormenti davanti ad un film che volevi proprio vedere e trovi una scena con personaggi, luoghi e suoni totalmente cambiati ma tu sai che è lo stesso film.

Io e la mia amica E. ci incontriamo ad una festa. Una di quelle con un sacco di gente sudata che ti balla quasi addosso, ma della quale la birra servita nei bicchieri di carta ti può solo far pensare “Mocciosi”. Non dovevamo incontrarci, succede. C’è pochissima luce.

Parliamo a bassa voce, una conversazione tranquilla che sarebbe impossibile in una realtà dove i casini, sotto forma sonora, si propagano. Sfortunatamente le succede di scoprire una mia bugia superdotata: lunga e grossa. “Cazzo”, penso.

E. gira lo sguardo, serra un po’ la mascella, scende dal bancone su cui era stata tutto il tempo e gira sui tacchi senza una parola in più. Provo a seguirla, ma ora la ressa nel locale è tornata a seguire alla lettera le prescrizioni scientifiche: impenetrabilità della materia.

Questo è il momento in cui, lo dico ora, sarebbe stato pessimo, davvero pessimo svegliarsi. Per fortuna non accade. Passa del tempo, parecchio tempo.

Tanto tempo senza più nulla di E. Non so dove si trova, come sta e perché sta come sta. Mi rendo conto che ho passato gran parte di questo tempo a guadagnarmi un perdono che, vai a sapere perché, sono convinto di meritare. Scrivo delle lettere e non ne ricevo alcuna.

Un’altra città, un posto affollato di un’altra città. Tanta gente di altri posti, in questo posto. Tutti sembrano diretti verso altri posti tranne me, che sembro l’indigeno, il pellerossa che accoglie sorridente  i coloni ignaro di quello che gli accadrà. Sto parlando con uno di loro.

E. mi scorge da molto lontano nonostante la folla. La vedo avvicinarsi piano piano, mano nella mano con tutte le sfumature di incredulità di cui la riconoscevo capace, più qualche altra new entry.
La tua espressione non si dimentica.
Sento distintamente i meccanismi svizzeri del feeling ripartire, sebbene non in grande stile. Tanta polvere e ruggine e stridii fastidiosi.

Cavolo, sei molto più bionda di come ti avevo lasciata. Anche perché eri mora. Mi piaci così.
Tu senti il bisogno di chiedermi se io sia io. Se la tua espressione di prima fosse stata un fumetto, nessun altra domanda sarebbe stata più a suo agio nella nuvoletta.
Non mi sono mai sentito la persona più adatta a rispondere.
Per te faccio un’eccezione.

Vivere con E. è divertente nei sogni. E’ il tipo di ragazza che la prima volta che sali in camera sua, pensa bene di fornirti l’ubicazione della camera sbagliata (o l’ubicazione sbagliata della camera, come uno preferisce leggere). Della casa sbagliata.
Entrare in una camera, accendere la luce e sorprendere nel sonno due infanti sconosciuti non è stato piacevole. Più per loro che per me vista la somiglianza tra la mia comparsa e quella dell’Uomo Nero, ma non posso certo curarmi degli incubi dei miei sogni.
Siamo pari ad ogni modo: la comparsa dei loro genitori è stata più spiacevole per me che per loro.

Quando torno sulla retta via E. si sforza di non ridere. Faccio finta di niente anche io, perché so che così la diverte di più. Concludo che è meglio mettermi comodo prima di darle la giusta soddisfazione: mi sdraio sul divano, la testa sulle sue gambe, e sfogo il mio rallegrato rancore ricevendo in cambio  nient’altro che la più appassionata indifferenza.

Il suo seno mi da fastidio. Riesco a vederle il viso a malapena, dalla posizione in cui sono. Ho l’impulso di spostarle.

Buongiorno. Ciao E., neanche avresti dovuto esserci in questo capolavoro onirico.
Desiderei tanto sapere perché sono passato dalla terza alla seconda persona, e ritorno.

P.S. Questo post è anche un doveroso omaggio ad una mia ex-buona intenzione.

Written by stefanauss

venerdì.25.luglio.2008 at 0:39