∞ Stefanauss ∞

una sana overdose di me.

Archive for aprile 2010

Come in una terza di copertina di un Lemony Snicket

with one comment

Sotto al mio appartamento abbiamo un altro locale, che nel mio stabile è sempre rimasto allo stato di cantiere, che usiamo come deposito/cantina/ecc. Qualche anno fa era un unico locale che abbracciava tutte e tre le facciate del palazzo, con un balcone esteso per tutta la lunghezza della facciata restante; in pratica tutto un piano. Dopo qualche anno è stata tirata su una parete divisoria e nell’altra metà è stato costruito un vero e proprio appartamento. La nostra metà invece è sempre rimasta com’era, e la usiamo solo per scendere, prendere un qualcosa depositato lì, e tornare su.

Inspiegabilmente, nel corso degli anni una incredibile quantità dei miei sogni si è ambientata lì.

Oggi ho sognato che mi trovavo in questo locale, nella sua configurazione originale senza divisioni. Non solo, era molto, molto, molto più grande, praticamente come se il piano che occupava appartenesse ad un grattacielo. Fuori c’è il sole del pieno pomeriggio, che entra decentemente nella stanza attraverso le fessure delle tapparelle che seppure belle larghe sono comunque tutte tirate giù. Il grosso del contributo alla luminosità lo dà la vetrata del lunghissimo balcone, dalla quale la luce, ma nessun raggio solare, entra a piacimento. La classica situazione dove ogni singolo granello di pulviscolo ti appare meraviglioso in tutta la sua pigrizia.
Dopo un po’ che cammino tra polvere e cianfrusaglie, ma soprattutto tra la povere sulle cianfrusaglie, mi imbatto in una frotta di mie zie e cugine intente a lavorare attorno ad un vecchio tavolo che nel suo momento di gloria troneggiava in una falegnameria. Ci salutiamo distrattamente mentre cerco di intravedere a cosa lavorano, ma sono così tante che il banco di lavoro mi è precluso. Comunque me ne frega veramente poco, e faccio per proseguire quando una delle mie cugine (la stessa che poi avrebbe davvero abitato nell’altra metà del vero locale) si ridesta e mi dice

“Ah Stè, c’è una persona che ha chiesto di te.”
“E chi è?”, dico più sorpreso che curioso.
“Quel tizio tutto… quello che abita qui in fondo.” afferma lei, forte di un aggettivo che evidentemente non sono degno di ascoltare. Faccio di nuovo per andarmene, ma lei conclude con “Comunque è ancora qui, lo trovi più avanti.”

Dopo un po’ che cammino arrivo in fondo, nella parte più vicina alla balconata. E’ pieno di vecchi macchinari da falegnameria, che sto costeggiando vicino alla parete. Arrivato quasi in fondo, finalmente intravedo la persona in questione.
E’ alta. Ed è vestita in modo tale da rendere invisibile qualsiasi lembo della sua pelle. Impermeabile grigio lungo fino alle caviglie, cappello abbinato con la tesa larga e occhiali da sole scuri. Guanti. La cosa strana però è che tutto questo guardaroba gli cade addosso proprio come se fosse appeso ad un attaccapanni.

Non resta lì ad aspettare che lo raggiunga, anzi appena mi vede scatta verso di me come un centometrista sui blocchi. La sua corsa è strana, sembra una cavalcata. Io continuo a camminare normalmente, fin quando lui non è quasi arrivato all’angolo dello stretto corridoio tra macchine per il legno e parete che sto percorrendo. In quel momento, inciampa, o almeno così mi sembrerebbe se non fosse che il suo impermeabile, i suoi guanti, il cappello e gli occhiali paiono come smontarsi e cadere prima di lui. Il risultato: li sento cadere a terra, e poi silenzio, e non vedo più il tizio fino a quando non arrivo, affrettandomi, esattamente oltre l’ultima delle macchine.

Poco più lontano di dove mi sarei aspettato di trovarlo ma dove invece ci sono solo quei vestiti, non c’è un qualcuno. Al suo posto, un cagnolone dal pelo bianchissimo e ordinato. Se non fosse stato un cane avrebbe potuto tranquillamente essere un orso polare, magari cucciolo.
Sta lì a fissarmi per un po’, scodinzolando leggermente. Stretti nella sua morsa ci sono dei fogli di carta. Quando decido che questo stallo è durato abbastanza, allargo leggermente le braccia con i palmi rivolti verso fuori e scrollo di un minimo le spalle, in un classico movimento da “Allora? Cos’è che vuoi?“.
Per tutta risposta, scosta il muso per prendere slancio e con un movimento deciso della testa lancia verso di me quei fogli di carta. Li afferro facendo mentalmente i complimenti all’agilità della razza.
I fogli saranno una sessantina, sono spillati. Il testo è scritto a macchina. Mi ci gioco le palle che quei fogli A4 non hanno mai visto una getto d’inchiostro. Hanno la forma di ciò che è stato letto e riletto e poi piegato a U per tenerli meglio in mano, forse per portarli altrove. Do’ una rapida occhiata al contenuto. Non soddisfatto dallo spulcio, passo ai modi espliciti.

– “Che roba è?” dico alzando gli occhi verso Zanna Bianca.
– “Un racconto.” risponde lui. E quando dico risponde, intendo risponde.
I sogni hanno regole loro, e una di quelle più tassative è che non fai mai la domanda più logica. Quindi adesso non mi chiederò perché Zanna Bianca sappia parlare, ma bensì mi domanderò una cosa tipo
– “E perché lo dai a me?“, con fare scocciato oltretutto.
Zanna Bianca esala una perfetta sintesi tra una risata di gusto e un latrato. Si capisce che si tratta di questo dalla leggera accelerazione a cui la coda è sottoposta. Dopo un po’ risponde, col tono di chi ne sa molto più di te:
– “Diciamo che… non ci saranno più variazioni.

Fisso Zanna Bianca per un po’, ma lui non mi da la sensazione di volere aggiungere qualcosa entro breve. Abbasso lo sguardo verso lo scritto come a voler cercare la risposta lì, ma per fortuna non serve. D’improvviso capisco che, qualunque cosa abbia tra le mani, è postumo.
Come rianimato dalla consapevolezza, stavo per chiedere se il racconto fosse incompleto (invece di un più generoso “che è successo all’autore?“, ma sapete come sono le regole), ma prima che possa proferire parola mi sveglio. Ore 7:55.

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Written by stefanauss

martedì.27.aprile.2010 at 17:14

A grande richiesta: il brevetto RadioBread

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Potete usare i set 1 e 2 di virgolette con le parole grande e richiesta a seconda del vostro gusto. Il mio consiglio è di usare il Set #1 per “richiesta” e il #2 per “grande”.

Il panino che vedete sopra ha raggiunto la ormai venerabile età di 4 anni (spiacenti muffe di tutto il mondo, quel panino non esiste più già da tempo; nacque solo per essere ricordato) ed è il risultato di

A) Una sfida creativa tra due persone la cui idea di inventore è più vicina al’Archimede schiavizzato da Zio Paperone sulle pagine di Topolino piuttosto che a Thomas Edison, Meucci o Bell.
B) Troppo tempo libero.

I componenti del prototipo di RadioBread includono: pane duro di qualche giorno, una radio-cuffia, un coltello. Il panino-prototipo sorride grazie ad un pennarello indelebile, ma negli schemi costruttivi era prevista la possibilità di ottenere un’espressione di felicità meno cancerogena sostituendo quel particolare componente con del cioccolato per pasticcieri, in tubetto, ad esempio.

Il guanto di sfida è stata una RadioPen: la mia concorrente, credo durante una lezione di matematica, ha divelto una di quelle penne grosse come vibratori, dotate di una dozzina di colori da scegliere a seconda del contrasto adatto al proprio diario scolastico, per inserire al posto dell’arcobaleno di inchiostri una mini-radio. Ottimo diversivo per le lezioni noiose. Mi risulta che il tutto fosse funzionante, non ricordo bene.

L’idea mi piacque, lo spirito competitivo ha fatto il resto. Avevo anche fame, probabilmente. Comunque adesso spiego perché, secondo me, ho vinto io. A parte l’ovvio primato estetico (le penne multi-color sono orribili di default, figurarsi ad infilarci una radio senza poterla richiudere completamente), il mio RadioBread funziona perfettamente sia come radio che come panino (non nella variante leucemica in fotografia, chiaro) mentre la RadioPen non consentirà mai alla sua autrice  di scrivere sul diario il testo di Giudizi Universali.

C’è da dire che è possibile che io sia prevenuto. Le penne multi-color sono state fonte di gioie e dolori. Durante le lezioni mi capitava inconsciamente di prenderne una in mano (quasi sempre non era mia) e cominciare ad antistressarmici su, per esempio facendo scattare improvvisamente una delle cannucce d’inchiostro per poter sentire l’eco della molla, oppure cercando di far scendere il massimo numero di cannucce possibili. Spesso però la molla saltava d’improvviso, pizzicando a velocità folle un minuscolo lembo di pelle di un malcapitato dito rimasto errante nella parte superiore.

È che con me gli scarabocchi sul quaderno, i disegni sul banco, proprio non funzionavano come distrazione. Il rapporto conflittuale con le penne multicolore è andato avanti fino a quando non è divenuto troppo imbarazzante possederne una, un momento che convenzionalmente faccio risalire al primo giorno di prima media. Un amore-odio che è dunque rimasto in sospeso e che farà la gioia del mio terapista immaginario.

Written by stefanauss

sabato.3.aprile.2010 at 12:37

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