∞ Stefanauss ∞

una sana overdose di me.

[Unità Cinefila] “Tra le nuvole” di Jason Reitman

with one comment

Jason Reitman ha due “2” che coinvolgono: due palle quadrate e due sensibilità particolari, una per le sceneggiature e una per gli interpreti. Dopo aver stupito il mondo con Juno e la sceneggiatura originale di Diablo Cody, premio Oscar nel 2008, in quest’altra commedia esistenziale trasporta sullo schermo il romanzo “Up in the air” di Walter Kirn. Ora, io non ho letto il romanzo che ha ispirato il film e non sono quindi in grado di giudicare la qualità e la fedeltà della trasposizione, ma volendo partire dalla fine un plauso a Reitman va già fatto per il suo gusto, o fiuto, nella scelta di cosa imprimere sulle sue pellicole.

Tra le nuvole è un film coraggioso, che va a toccare un nervo scoperto in un momento così delicato della storia recente americana, con tassi di disoccupazione (particolarmente giovanile) mai così alti. Lo fa oltretutto dalla prospettiva sbagliata, se vogliamo: l’altra. Viene da sé che lo spettatore potrebbe non sentirsi troppo bendisposto nei confronti dei personaggi. Ma dura poco, visto che i casini non mancano neanche dall’altra parte della barricata. Ryan Bingham (George Clooney) mette in scena una curiosa dicotomia: è tanto un esteta nell’accompagnare gli sfortunati di turno all’inizio di una difficile fase di transizione delle loro vite, quanto riluttante a mollare l’osso della propria, a “licenziarsi” dal proprio stile di vita quando se ne manifesta la possibilità. Lo spettatore non sa se essere ammirato dalla filosofia binghamiana o se provar pena per il povero Ryan, ed è difficile fare a meno di chiedersi, mentre sullo schermo scorre la parte più guascona, sempre notevole, del repertorio clooneyano: “ma se si potesse davvero essere felici così?“. L’intero film è questo, un crash-test di una vita senza radici, forse persino contro natura.

La fatidica domanda se la pone anche Natalie Keener (Anna Kendrick); è lei il nostro portavoce, colei che avrà i nostri stessi dubbi e le nostre stesse domande in serbo per Ryan. C’è da dire che la prima impressione non è granché, e anzi con ogni probabilità vorremmo fare cambio: perfettina, con quel lisciume perfettamente raccolto all’indietro, precisina, con notebook e auricolare d’ordinanza, e una parlantina rapida al limite dell’isterismo. Isterismo che colpisce noi invece, quando apprendiamo come Natalie vorrebbe rendere superflue e obsolete le miglia aeree percorse dal licenziatore di professione: licenziare via webcam, l’asetticità fatta apoteosi.

Invece Natalie quelle domande le fa, e con una convinzione che è difficile immaginare possa entrarci nel metro e sessanta scarso della bravissima Kendrick. Persino quando viene mollata dal ragazzo (ironia delle ironie, via SMS), persino quando Ryan sembra avere ragione, tutto sommato, non si rende facile preda del suo cinismo e della sua solitudine auto-costruita. Anzi, rilancia, forte della sua idealistica visione che ci sia un equilibrio, una linea ideale che solca realizzazione personale e legami emotivi, stabilità e dinamismo. La Kendrick è meravigliosa nel suo ruolo di “Anti-Ryan” e nel mantenere in equilibrio il suo personaggio uno sconvolgimento emotivo e una presa di coscienza dopo l’altra. Nel peregrinare di Ryan e Natalie è evidente che entrambi hanno molto da imparare l’uno dall’altro. Altrettanto evidente che solo uno di loro ci riesca.

Alla bellissima Alex (Vera Farmiga) il compito di reggere il gioco ad entrambi, e di perpetrare lo status di felicità e completezza, perlomeno apparenti, nella vita di Ryan. La loro love-story è scoppiettante (memorabile il corteggiamento a colpi di carte di credito), instabile, saltuaria. Inspiegabilmente, va a gonfie vele, sembra fatta a posta per dimostrare i teoremi motivazionali di Ryan. Viene da pensare, non poteva essere altrimenti, non poteva che finire con una sua simile. E invece no: tutto ciò è stato possibile perchè Alex è l’unico, tra i personaggi del film, ad avere già raggiunto un proprio equilibrio nel diagramma della vita e ad avergli dato il giusto valore. Un equilibrio non proprio ortodosso, ma un equilibrio.

Il film è stupendo perché non giudica nessuno, è spietato e cinico, ma non si trovano moralismi (che pure sarebbero facili) nemmeno a cercarli. Propone più prospettive, e poi non si cura di sceglierne o preferirne una. Di sicuro è disincantato, come il suo finale. Questa è un’altra meraviglia dei lavori di Reitman: proprio come nel magnifico Juno, le ultime sequenze le deglutisci improvvisamente, come una pillola. Il sapore che rimane è amaro, di consolatorio c’è poco. Questo li rende più autentici, e credo anche più profondi.

Gli interpreti si incastrano magnificamente tra di loro e coi loro personaggi. Ancora una volta, un lascito delle impressioni che mi ha destato Juno: Reitman ha un grande fiuto per il cast con cui lavorare, che siano stelle affermate, attori poco conosciuti o giovani talenti. C’è da sperare che stavolta gli possa essere riconosciuto: Clooney, la Kendrick e Vera Farmiga sono stati tutti candidati ai prossimi Oscar. È assai improbabile considerando anche che l’altro “lancio alla ribalta” di Jason Reitman, Ellen Page, è rimasta solo una semplice nomination come Migliore Attrice per la sua meravigliosa interpretazione in Juno (grido ancora vendetta), ma non avendo visto tutte le altre candidate all’opera mi sarà facile incrociare le dita per Anna.

Ma è davvero possibile essere felici così?“. La mia risposta la lascio al viso di Clooney di ritorno in metropolitana. Magistrale e intenso.

Written by stefanauss

domenica.14.febbraio.2010 a 2:24

Una Risposta

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  1. Bellissimo film, davvero.
    Adesso mi è venuta un sacco voglia di rivedermi anche Juno. In più mi devo guardare Thank you for smoking, ora mi incuriosisce assai. xD

    Smarties.

    mercoledì.17.febbraio.2010 at 13:39


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