∞ Stefanauss ∞

una sana overdose di me.

Santorinescamente

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Perugia, Martedì 20 Settembre.

 

Mi trovo a passeggiare per delle viuzze accarezzate dall’ombra degli alberi, il cielo serenissimo. Non so dove mi trovo ma qualsiasi sia il posto, è speculare al ricordo che ho di Santorini.

Ho il telefono in mano e gli do il tormento, passeggio avanti e indietro per la stessa striscia di asfalto ruvido con lo stomaco in panne, ormai convinto che la brezza che passa di lì sia la miglior colonna sonora per quello che sto per fare.

Ti chiamo. Ti chiedo se hai voglia di vederci.

Tu mi rispondi di sì, e mi dai appuntamento per le 9 del mattino. Non riesco a cogliere altro, un’inflessione, un tono, una vibrazione che mi faccia sbirciare nel tuo stato d’animo. E la morsa al mio stomaco si stringe.

Devo pensare e quando penso cammino. Anche se è molto presto, decido di farlo già nella direzione di casa tua, che si trova dall’altra parte dell’isola. Non ho misura, troppo assorbito dalle suggestioni del nostro primo incontro, e i miei passi consumano le salite e le discese delle strade rustiche che attraverso. Sono sotto casa tua già alle 8.

Abiti in un palazzo di un bianco abbagliante, fatto di tanti piccoli appartamenti con delle immense vetrate che danno sulla spiaggia già dorata dal sole. L’intero palazzo sembra progettato per accogliere i raggi di luce e non lasciarli andare mai più.

Quando mi riprendo dalla contemplazione architettonica, la concentrazione torna sul mio stomaco martellante. Per calmarlo, per concedergli una tregua, mi metto a cercarti speranzoso tra le finestre aperte o socchiuse davanti alle quali potresti passare anche solo un istante. Un angolo di razionalità si fa strada per avvisarmi che potresti essere su una delle terrazze, che mi sono precluse da dove mi trovo.

Senza rendermene conto comincio a salire le scale. All’inizio davvero non ne ho coscienza. È solo per il gusto di assaporare un gradino che mi conduce più vicino a te. E poi un altro, e ancora, e ancora.

“Vediamo com’è il primo piano. Giusto per dare un’occhiata.”

“Ma sono tutti così anche gli altri piani?”

“Ah, ma sono tutti open space…”

Ho una scusa per ogni piano. Decido di smetterla di prendermi in giro. Ti sento vicinissima, non ce la faccio più ad aspettare. Comincio lentamente a salire le scale, questa volta per davvero, ed ogni nuovo piano in cui potrei trovarti è un tuffo al cuore da un’altezza sempre maggiore. Letteralmente.

Arrivo al sesto piano. Giro l’angolo e trovo un appartamento diversissimo dagli altri. Non ha un portone, ma un’entratina sospesa, quasi come un piccolo ponte sulle scale, arredata con tavoli e sedie e piante sui due lati. In casa si entra attraverso una lunghissima porta scorrevole vetrata, contornata di legno scuro. Quella che ho davanti è già semi-aperta, e ovviamente fa un pessimo lavoro nel nascondere una bellissima cucina realizzata in un delicato equilibrio di mattone e legno. L’isola ha tutti gli sgabelli al loro posto. Sento il tuo profumo. L’intero posto è pregno della tua femminilità.

Mentre penso a tutte queste cose, ti vedo. È un lampo. Attraversi a passo svelto, ma senza dar l’impressione di correre, un corridoio del quale vedo solo la porzione che si apre sulla cucina. È un attimo, e sei già dall’altra parte, in chissà quale stanza.

Ho smesso di respirare.

Comincio a camminare, lentamente ma senza avere un passo furtivo. Di sicuro non faccio rumore.

Entro, scostando leggermente lo scorrevole nella speranza che il rumore ti richiami, ma è troppo leggero per riuscirci. Mi guardo intorno e assaporo la luce soffusa del mattino e la temperatura perfetta e accogliente della stanza. Ho appena toccato distrattamente uno degli sgabelli che ricompari, questa volta per restare.

Ti volti, mi guardi, e spegni il resto del mondo. La gravità. Il tempo. Tutto.

Indossi un vestitino lungo di tela bianca, leggero, che svolazza il giusto quando ti muovi. Ha una trama colorata, ma è così fitta che non riesco a distinguerla da dove mi trovo. Hai i piedi scalzi, le dita senza smalto. Hai i capelli morbidi e ondulati, e nell’angolo in cui sei la luce che li colpisce aggiunge al contrasto che, proteggendo la pelle del tuo viso, producono con i tuoi occhi.

Grandi. Sorridenti. Mi salutano prima delle tue parole.

Ciao”. Leggero.

“Ciao”. Non so con quale fiato.

Sei in anticipo”. Sempre gli occhi a parlare. Le soppraciglia accigliate a fare da eco.

“Lo so. Scusami”.

E tu sorridi. Solo adesso riesco a sorridere anche io.

Posi entrambi i palmi delle tue mani all’angolo della parete, vicini tra loro. Il tuo viso si china di lato quasi come volessi auscultare i suoni altrove nella casa. Appoggi teneramente la tempia al muro.

“È carinissimo qui”. È uno sforzo disumano per me staccare lo sguardo da te, per far anche solo finta di star valutando davvero sul momento.

Lo è” dici guardandoti intorno anche tu, piena d’amore per quelle mura. Lo stesso amore con cui vorrei mi guardassi. Il tuo movimento permette ai tuoi capelli di scivolare un po’ sulla guancia. Li scosti con l’indice e mi accorgo di quanto percepisca ogni tuo movimento. Resti per una frazione di secondo con la bocca socchiusa, in un leggero sorriso, pronta a far uscire in un sorso solo quel che vuoi dire. E quel che vuoi dire lo dici mentre ti volti verso di me, l’indice ancora dietro il tuo orecchio.

Sempre di testa tua eh? Stavolta ci speravo. L’idea di star qui ad aspettare. Non dovevo dare ascolto alla vocina che mi ricordava la tua avversione per il mattino.” Giochi con il tuo piede, tenendolo a qualche centimetro dal pavimento, leggermente in avanti. O forse su un altro pavimento, immaginario. Lo muovi leggermente, ondeggiando la tua gamba destra. Per la prima volta tradisci un bambinesco imbarazzo.

“Dì alla vocina che se tutte le mattine sono come questa, sono pronto alla resa incondizionata.” Ormai sono oltre l’isola della cucina, pochi passi mi separano da te.

Riferirò, riferirò…

“Honey?”

Sospiri a quel nome. “Si?

“È bello vederti.” Ti raggiungo mentre pronuncio queste esatte parole.

Tu stacchi anche l’altra mano dal muro. Lo fai quasi prendendo una leggera spinta. Ti volti completamente verso di me, i tuoi capelli che mi sfiorano le braccia nel farlo, con quello che mi sembra un meraviglioso passo di danza che però non posso vedere tanto vicino sono. Ti sei voltata con grazia sull’unico piede che hai a terra, l’altro ancora sospeso all’indietro.

Metti i palmi delle tue mani sul tuo petto, assicurandoti l’equilibrio.

È bello averti qui, Stè” dici. Piano. Affondando le tue guance nel mio petto, sopra i dorsi delle tue mani. Ti sigillo nel mio abbraccio, regalando alle mie labbra il contatto coi tuoi capelli.

Non so quanto tempo restiamo così, ma abbastanza per sincronizzare i nostri battiti e i nostri respiri, fin quando divengono indistinguibili. Sto baciando i tuoi capelli quando, delicatamente, riemergi. Non so come ci riesci, ma lo fai a pochi centimetri dalle mie labbra, con lo sguardo già nel mio. Mi sorridi piano piano.

Bacio. Lungo. Lento.

Quando finisce è solo per scomporsi in tanti piccoli frammenti.

Baci. Profondi. Lenti.

Il tuo piede sospeso e nudo che poggia la sua pianta sul muro. Le mie mani sui tuoi fianchi.

La scena cambia e siamo nella tua stanza, nel tuo letto.

Sappiamo entrambi che è pieno pomeriggio, ma è tutto scuro. Non buio, ma di quell’oscurità che è tale abbastanza da nascondere i colori e lasciare le forme.

Siamo sdraiati sui nostri fianchi, vicinissimo, uno accanto all’altro. Non riesco a dire se siamo nudi o vestiti.

Tu stai dormendo, e ti sei addormentata con un sorriso gemello di quello che avevi prima di baciarmi. Forse è perchè è ciò che stavamo facendo fino a poco fa, ancora sul tuo letto.

La cosa più bella è che ti sto accarezzando la guancia ma il tuo sorriso non se ne va o si rilassa, anzi, si allarga.

Eppure giurerei che stai dormendo…

Mi sveglio.

Written by stefanauss

domenica.12.febbraio.2012 at 14:51

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Manca meno di un’ora al Gran Premio di Gran Bretagna 2011. Ha già offerto un’arrembante pole di Webber con lo spaventoso vantaggio di 32 millesimi di secondo e promette di essere il gran premio più equilibrato della stagione, nonchè la possibile prima vittoria Ferrari. Ci sono i nuovi avveniristici box, capolavoro di architettura, e una nuova prima curva che in realtà è una terza curva dove le vetture arriveranno a tavoletta. Ma è tutto inutile: verrà ricordato per il casino generato dai cambi regolamentari sui diffusori a gas di scarico (Exhaust Blown Diffusers, EBD).

Ormai in oltre una decade di Formula 1 ho visto 4-5 di queste vicende. Questa è un po’ esemplare di molti degli aspetti chiave dello sport che amo, e come in parecchi episodi del genere ci sono state cose fatte bene e cose fatte male. Stamattina mi sono svegliato sentenziante, quindi ecco qui.

Per principio

La Federazione dovrebbe accettare che le squadre trovino e sfruttino zone grigie del regolamento?

Si, non si può evitare. I tizi che lavorano in Formula 1 sono tra le persone più brillanti al mondo. Vedono decimi di secondo in meno la dove nessun altro li vede, dove non dovrebbero nemmeno esserci. Andiamo, usare i gas di scarico del motore per generare carico aerodinamico? Suona paradossale a metterlo nero su bianco, eppure è diventato il tema tecnico della stagione 2011. Queste genialate sono nel DNA della F1. Qualcuno potrebbe dire che sono una grande fetta del fascino che ha generato per 60 anni.

La Federazione dovrebbe lasciar correre tutto questo?

Credo che si, dovrebbero. Più spesso che  no, nel senso che globalmente questo pensiero sul filo del rasoio dovrebbe essere incentivato e non scoraggioato. Ovviamente l’interpretazione fornita su queste regole “grigie” varierà tantissimo a seconda di chi te la fornisce. Trovo giusto che la FIA si riservi il diritto di far prevalere la propria interpretazione delle regole che loro stessi hanno definito, a prescindere dal momento della stagione in cui ci si trova, ma questo potere va usato con estrema cautela perchè è facile che venga percepito come un tentativo di manipolare i risultati in pista piuttosto che procedere negli interessi tecnici dello sport.

Ognuno avrà la sua personale idea su dove vada tracciato il confine. Nella mia, funziona così: se hai bisogno di definire regole e frasi nuove di zecca per applicare una particolare interpretazione del regolamento, allora c’è qualcosa che non va. L’interpretazione dovrebbe essere già lì, da sottolineare solamente con un bell’evidenziatore giallo. Se ti serve la penna nera, c’è qualcosa di sbagliato in quel che stai provando a fare.

Tempistica/1

Quando l’intrigo sui Diffusori Doppi della BrawnGP che poi vinse il titolo scoppiò nel 2009, tutti quanti, stampa inclusa, avevano già tutto chiaro quando si arrivò in Australia per il primo gran premio.

Gli EDB sono anche loro in Formula 1 dal Day 1 della stagione 2011 e sebbene dal punto di vista di questo dibattito regolamentare costituiscano un oggetto così complesso e ramificato che metà delle persone che lavorano in F1, inclusi alcuni boss (Tony Fernandes della Lotus ha detto in conferenza stampa di “non capire metà di quello che gli altri stanno dicendo“), figurarsi la stampa, le implicazioni e il principio di funzionamento della tecnologia erano abbastanzi lineari. La FIA avrebbe potuto e dovuto intravedere la crescita in aggressività di queste soluzioni, e invece ci hanno messo 5 GP, fino al GP di Spagna a Barcellona, per decidersi e intervenire. È troppo.

Tempistica/2

La Mercedes e la Renault hanno provato ad ottenere le loro deroghe solo una volta giunti in circuito questo weekend. Hanno avuto quasi 2 mesi per farlo, il periodo di tempo che la FIA ha concesso ai team prima di applicare la nuova interpretazione. Questo suggerisce che questo hiatus era più che sufficiente ai team per adattarsi ai cambiamenti, a prescindere da quanto il progetto della macchina fosse stato concepito attorno alla vecchia interpretazione delle regole come sostenuto per esempio dalla Red Bull.

Implicazioni Politiche

Se è vero, come sembra, che i team minori avrebbero esposto reclamo ad un certo punto (come la HRT minacciò a Monaco), è stato giusto da parte della FIA intervenire in anticipo e cercare di tenere tutta la questione sotto un basso profilo. Questo affair sugli EBD avrebbe potuto essere gestito estremamente meglio dal punto di vista mediatica se la FIA non avesse fatto sentire odore di scandalo con i continui cambi di idea durante questo weekend di gara, ma sarebbe stato persino peggio se i team avessero cominciato a esporre reclami l’uno contro l’altro.

Deroghe

Qualsiasi siano le regole, devono essere le stesse per tutti. In mezzo a tutto questo casino attorno ad una questione tecnica che era già tra le più astruse della storia della F1 dal semplice punto di vista tecnologico, questa è l’unica cosa che chiunque, persino la casalinga di Voghera capirà.

Seguo la Formula 1 dal 1997 e questa è la prima volta che vedo la FIA cercare di calibrare differenti insiemi di parametri (che le squadre possono scegliere, secondo quanto riportato da Scarbs) per raggiungere parità prestazionale tra le varie soluzioni.

È una cosa così sbagliata da non crederci.

Testacoda

Ora la FIA vuole cancellare tutto, e tornare alle decisioni e alle situazioni di inizio stagione se i team troveranno un accordo unanime. Tra i tanti voltafaccia di questo fine-settimana, è quello che mi sciocca di più. È roba dell’amatoriale più tamarro e becero, e potrebbe rivelarsi terribile per lo sport se alcuni team faranno ostruzionismo, cosa tutt’altro che improbabile.

Tutto il chiacchiericcio dei media (con qualche speculazione e sensazionalismo di troppo per ottenere più seguito) si sarebbe spento quasi subito se la federazione fosse rimasta alle decisioni barcellonesi, o perlomeno non sarebbe arrivato ai livelli di questo fine settimana. La situazione è sfuggita dalle mani con la FIA che cambia idea e poi di nuovo tra le seconde e le terze prove libere.

Una barzelletta.

Written by stefanauss

domenica.10.luglio.2011 at 16:10

Pubblicato su Formula 1

Non c’è rosa senza Spinoza (bis)

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Ciao, Spinoziano!

come forse avrai già letto, su Facebook o altrove, sta per uscire – intorno a metà maggio – il secondo libro di Spinoza, che come il primo sarà una raccolta delle migliori battute (pubblicate sul sito e non) inviate dagli utenti del forum.
Ebbene: se ricevi questa mail, vuol dire che con buona probabilità una (o più) delle tue battute è stata scelta per far parte del volume.
(diciamo “con buona probabilità” perché il libro al momento è troppo lungo e probabilmente saremo costretti a tagliare qualcosina all’ultimo, ma comunque sei tra i prescelti)

***

Quando ho ricevuto questa mail ho controllato subito filtri spam e tutto il resto, mentre smaltivo l’incredulità. Non tanto per la notizia in sè (di per se ganzissima) ma perchè

  1. Non sono mai stato pubblicato su sito, twitter o primo libro di Spinoza (credo)
  2. I miei contributi risalgono a mesi e mesi fa, e non sono più di una 40ina.

Nella mail dicono anche “sul sito e non”, quindi è un dubbio superfluo, ma il numero di miei contributi infintesimo rispetto al totale vale l’intera epifania.

Quindi ho deciso di riandarmeli a cercare, e in 20 minuti come previsto avevo finito di raccogliere tutti gli interventi che contengono quello mi manda diritto al Salsomaggiore della Satira, a sculettare un pochino.

E comunque, cari amici di spinoza.it, siete degli stronzi bastardi. Vi siete già guadagnati una copia in più che altrimenti non avreste mai avuto. Io andrò all’Inferno per Vanità, invece della prevista lussuria.

Adesso li ripubblico qui. Se li leggete, magari potreste magari scegliere nei commenti quello che vi sembra più in odore di pubblicazione plausibile e speranzosa. Alcune battute sono versioni dalla ritmica diversa di una stessa idea; altre ancora sono varianti che mantengono una stessa struttura: entrambe cose comuni nel Laboratorio di Satira Permanente. Alcune potrebbero essere quasi incomprensibili senza un link, ma sappiate che la sintesi della notizia-spunto fatta ad inizio battuta è quasi sempre efficiente quanto basta.

Buona Satira a tutti!

Harry Potter, addio a Hogwarts. Volente o Silente.

Il maghetto ha impiegato 10 anni per 7 anni di corso. Meno male che alla Rowling non è venuta in mente una specialistica.

La Merkel pronta all’accordo sulla Grecia. Del PIGS non si butta via niente.

La Santa Sede contro i Legionari di Cristo. Entrambe le formazioni hanno attinto a piene mani dalle giovanili.

Disinnescata una bomba rudimentale a Times Square. E’ bastato estrarre la radice quadrata del conto alla rovescia.

Berlusconi licenzia Leonardo. “Se vuoi fare la formazione, ti devi dimettere.”

Franceschini: “Berlusconi ha il volto di un leader al tramonto”. Proietta un’ombra nera molto molto lunga.

Maroni: “Semipresidenzialismo alla francese e taglio dei parlamentari”. A sua immagine e somiglianza.

Ha solo metà corpo ma vuole un bambino. Sempre la stessa storia, le parti sfuse non si trovano mai.

Primo anniversario del terremoto in Abruzzo, ma nessuno festeggia. Sono ancora in vacanza.

Trovato cadavere di neonato nel parcheggio di una discoteca. Ma la discoteca ha un alibi: i neonati non posseggono ancora l’udito.

In una coppia su tre un partner tradisce. Nella coppia in questione l’uomo è uno statistico professionista.

La lettura del labiale alla prova TV porta alle prime squalifiche per bestemmia. Presto non ci rimarrà che Del Neri.

Pensioni, Fini: “Il sistema può reggere per altri 10 anni, dobbiamo ribaltarlo”. Imminente la nomina di Benjamin Button al Ministero dell’Economia.

Robert Pattinson: “Sono allergico alla vagina”. Gli starnutisce il pene a più non posso.

Terremoto in Cile. Bertolaso: “Adoro i preliminari”.

Mondiale di F1, Montezemolo invita a “”evitare il facile ottimismo e a tenere i piedi per terra”. Gli operai di Termini Imerese: “Faremo uno sforzo di immaginazione”.

Giovanardi: “Basta tossicodipendenti al volante”. Per loro un posto sui voli di Stato.

Fini approva: “Indispensabile un clima costruttivo”. Berlusconi si aggiudica l’appalto.

Il ponte sullo stretto verrà aperto nel 2017. Ma sarà vietato ai terremoti.

Fisica: creato brodo primordiale. Il Big Bang non fu altro che una sorsata particolarmente rumorosa.

Un recente studio inglese afferma: “A Sud meno intelligenti che al Nord”. Ma in Scozia lo sanno già da decenni.

Offrono un rene a tre sconosciuti in attesa di trapianto. Ora aspettano solo il suono del gong per godersi lo spettacolo.
(oppure)
Donano un rene a tre perfetti sconosciuti. Fight!

Scompare una montagna in Calabria. Ma il topolino è sano e sta bene.

Berlusconi presenta ‘poker rosa’. “Possiamo vincere”. Ma le regole sono chiare: se perdete, tutte nude.

Berlusconi: “siamo antropologicamente diversi dall’opposizione”. Questi di opponibile non hanno neanche il pollice.

La Clerici: “Morgan in qualche modo ci sarà”. Aleggerà nell’aria.

L’Aquila: scossa di terremoto solamente di magnitudo 2.9. Gesto di disappunto.
L’Aquila: scossa di terremoto solamente di magnitudo 2.9. Era ribrezzo.
L’Aquila: scossa di terremoto solamente di magnitudo 2.9. Milioni di euro.

Buffon e la bestemmia: “Sarà Dio a decidere se perdonarmi”. Berlusconi: “Andrai al Diavolo”. Il conflitto di interessi non finisce mai di stupire.

Fini: “Non so se oggi c’è una questione morale”. E’ finita sotto i tacchi. Dello Stivale.

Giudice napoletano insulta cancelliere in latino e viene rinviato a giudizio. Idiota.
(oppure)
Giudice napoletano insulta cancelliere in latino e viene rinviato a giudizio. Deve avergli dato dell’Idiota.

Cala l’effetto attentato nei sondaggi sulla popolarità di Berlusconi. Stabile l’effetto copia&incolla nei sondaggi su quella del Premier.

Cina, 6 abitanti su 10 si aspettano un aumento stipendio. Il riso abbonda nella bocca degli stolti.

New Economy Foundation: “La crescita non è più possibile”. Questo fa di Tremonti uno spammer.

Il premier attacca gli scafisti ma aggiunge: “Faremo eccezioni solo per chi porta belle ragazze”. Per loro una cella in Parlamento.
Il premier attacca gli scafisti ma aggiunge: “Faremo eccezioni solo per chi porta belle ragazze”. Tanto ha già il fornitore di fiducia.

“Per il cult Avatar ormai è Mania”. Ma piovono critiche per l’esclusione di Gargamella dalla sceneggiatura.

Illinois, sesso in libreria. Disperati gli sfigati della scorsa generazione: “Ormai non riusciamo più a leggere nulla.”
(oppure)
Illinois, sesso in libreria. Disperati gli sfigati della scorsa generazione: “Ormai non vediamo più nulla, figurarsi leggere.”

Illinois, sesso in libreria. Ai lettori piace prenderlo nel culo.
Roma, mafia in Parlamento. Neanche agli elettori fa poi così schifo.

Olimpiadi: giovane slittinista georgiano si schianta contro un pilone. Morire a Vancouver, perdere a Shangai.

Il pm Ingroia: “Senza i partiti la mafia non esisterebbe”. Mica Il Padrino ha vinto l’Oscar per la Miglior Sceneggiatura Non Originale per niente.

Il pm Ingroia: “Senza i partiti la mafia non esisterebbe”. Prima di fare certe dichiarazioni, sarebbe opportuno invertire singolari e plurali.

Rapinano supermarket mascherati da Fini e D’Alema. La Par Condicio si conferma una legge criminale.

Obama premio Nobel per la Pace. Esportata in Svezia la Meritocrazia.

Written by stefanauss

sabato.23.aprile.2011 at 0:15

Pubblicato su Books, Politica

Il mio primo (e per ora unico) Gran Premio

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Il 20 Aprile di 8 anni fa Michael Schumacher vinceva il Gran Premio di San Marino al circuito Enzo e Dino Ferrari di Imola, battendo dopo una brutta partenza il fratello Ralf (una delle rarissime prime file di due fratelli in Formula 1), il compagno di squadra Barrichello e la McLaren di Kimi Raikkonen. Poche ore prima del via, la madre dei fratelli Schumacher è morta per l’aggravarsi improvviso delle sue condizioni di salute durante i giorni prima della gara. Per tutto il week-end i fratelli Schumacher hanno fatto la spola in elicottero tra l’Italia e la Germania, vedendo per l’ultima volta la loro madre il Sabato dopo le qualifiche.

Io c’ero. È stato un regalo da parte di uno dei miei giovanissimi zii bolognesi, a sua volta lascito di qualche riccone di Bologna cliente dello studio legale dove lavorava e che non poteva o voleva andare, non ricordo. Due biglietti, uno per me e uno per lui, nel punto più esclusivo, la tribuna principale che da sulla griglia di partenza. I nostri posti erano esattamente di fronte alla pole position, e ricordo di essermi sentito piacevolmente raccomandato quando andai a cercare sul web il prezzo di quei biglietti: 600 e rotti Euro. Il mezzo sogno di un’adolescenza è coinciso con una mini-vacanza di 6 giorni per me, mia madre e mia sorella. Una family reunion in attesa della Grande, Maledetta Domenica.

Per tutto il fine settimana è stato estremamente triste sentire ciò che stava accadendo alla famiglia Schumacher. Ancora più brutte erano le speculazioni che volevano i fratelli rinunciare alla gara, cresciute a dismisura dopo la diffusione al Sabato della notizia della Signora Elisabeth: mi costringevano a scacciare gli ultra-egoistici pensieri di quanto beffardo sarebbe stato per me assistere una volta nella vita ad un Gran Premio e non vederci correre il pilota più vincente (e per me, il migliore) della Storia, per far posto all’ovvia nozione che vuole ogni essere umano meritevole di essere lasciato in pace nel proprio dolore.

Non ero solo, anzi, tutt’altro. Dopotutto c’era in ballo molto più della mia esperienza unica (per ora): la stagione 2003 per la Ferrari e per Schumacher era cominciata malissimo. La scelta di posticipare il debutto in gara della nuova macchina e quella conseguente di correre i primi GP con la F2002 che aveva vinto 14 gare su 15 l’anno prima, non aveva pagato. Fuori dal podio in Australia e Malesia, errore e ritiro in Brasile, 16 punti di distacco in classifica da Kimi Raikkonen. La sensazione era, anche se nessuno osava dirlo perchè sarebbe stato disumanamente ovvio, che rinunciare alla gara per Schumacher avrebbe significato perdere il titolo.

La notizia che sia Michael che Ralf si sarebbero schierati come previsto nella prima fila della griglia che si erano guadagnati al Sabato, l’ho appresa alla sveglia molto presto al mattino, direzione stazione dei treni di Bologna per due coincidenze che ci avrebbero portato, noi e molti altri che tanto più ovviamente di noi erano diretti al circuito, alla stazione di Imola. Da lì in poi una lunghissima camminata per tutta la città, un unico lungo flusso di tifosi segnava la via, impossibile perdersi. Man mano che ci si avvicinava, la Formula 1 si faceva sempre più manifesta. A metà strada, una vera, autentica, completa monoposto.

Minardi-Asiatech PS02

In circuito alle 9, due gare di contorno del monomarca Porsche per scaldarsi e poi le 3, spasmodiche, ore di attesa prima della partenza. Certo, mezz’ora prima si apre la corsia box e le macchine cominciano ad uscire per i giri di installazione prima di schierarsi, e la pit lane era proprio lì oltre la griglia. Un gioco di vedo-non-vedo tra muretti, barriere, semafori e rombi di motore che lasciava qualche lampo di 22 vetture di Formula 1 a regime minimo, col limitatore di velocità inserito, ansiose di toglierlo di mezzo per la prima accelerazione della giornata. Neanche un secondo prima che sparissero dal mio sguardo. Io ho passato quei 10 minuti ad invidiare chi stava in altre zone della pista e le vedeva arrivare anche solo in 4° o 5° marcia.

Poi finalmente, una ad una ma immancabilmente, si schieravano in griglia. La macchina arrivava, si piazzava, e subito era attorniata dall’intera squadra per gli ultimi ritocchi. Qualche pilota scendeva dalla macchina, qualche altro no. Un rito che avevo visto oltre 100 volte in TV, dal vivo era diverso. È come se non mancasse nessuno, capisci che è l’unico momento in cui tutti quelli che fanno la F1 dietro le quinte sono anche loro lì. Sono tanti, sembra di guardare dalla tua tribuna popolarsene un’altra.

La mia grande fortuna è stata di avere un posto esattamente a metà tra la pole di Schumacher e il terzo posto di Barrichello 16 metri più indietro. Il che significa, per ogni possibile significato che hanno in F1 questi numeri, che ho avuto di fronte l’intera squadra Ferrari per quasi 20 minuti. Michael non è sceso, se non brevemente. Non l’ho neanche visto senza casco, solo con la visiera aperta.

Ad un certo punto cominci a sentire che i segnali sonori della direzione gara si fanno sempre più fitti e allora la noti, la frenesia di lasciare la pista, ed è impressionante la velocità a cui si svuota. Mi ha colpito molto notare che Ross Brawn fu praticamente l’ultimo a lasciare la griglia e a augurare buona fortuna a Michael. Lo si vedeva dal suo volto e perfino facendo il paragone con la tv che era tutto più intenso. Era una Domenica diversa persino per loro. Doveva esserlo, se l’ho notato anche io che di queste Domeniche ne ho avuta solo una.

Dopo la partenza del giro di ricognizione, mi ricordo di aver pensato che forse dopotutto non serve a loro, ma lo fanno per noi. Per darci almeno una possibilità di accettare nell’anima il rombo che producono 22 dieci cilindri (all’epoca c’erano ancora) al massimo dei giri nello spazio di 150 metri. Credevo sarebbe stato questo il suono più intenso che avrei sentito durante la gara, ma non è così. Lo senti solo due volte e l’adrenalina che si impadronisce di quegli attimi a sè stanti lo attutisce. Ciò che rimane più stampato nella memoria è quello più “banale”, quello che sentirai per centinaia di volte nelle prossime due ore. Il suono di un cambio marcia di una macchina di F1 è micidiale. È il rumore di un meteorite che impatta, non ci sono altri modi di definirlo. Quando in tv vedete i tifosi con le cuffie imbottite, bhè, sappiate che non sono per i motori, almeno non principalmente. Sono per le cambiate. Io ho resistito 20 giri senza, poi la tua salute esige di importunare il venditore di tappi ammortizza-suono.

La cosa che più mi ha colpito della partenza è quanti dettagli si possono cogliere. Michael perse la prima posizione a vantaggio del fratello, ma a stare proprio lì, a meno di 10 metri da loro due, tutti hanno potuto vedere che il riflesso migliore è stato di Michael. Si mosse prima di Ralf, una cosa che nessuna inquadratura ho poi visionato riusciva a raccontare. È stata la trazione della Williams subito dopo a fare la differenza. Ancora oggi quando guardo una gara mi chiedo se ci sono, e quanti e quali siano i dettagli che non si possono cogliere dalla tv e quindi vadano quasi irrimediabilmente persi.

Il meglio che i nostri posti avevano da offrire, l’avevano grosso modo già dato. La nostra visuale comprendeva, partendo dal punto più lontano, l’ultimissima parte della frenata per l’ultima chichane, la variante bassa, e l’ingresso della stessa fino al punto di corda, all’altezza degli indimenticabili cordoli bianchi; la percorrenza della curva e l’uscita erano completamente coperti dagli spalti più lontani sul rettilineo di arrivo; la porzione di rettilineo finale visibile a noi era tutta quella coperta dalla griglia di partenza, un 200 metri circa; all’estremità, l’uscita della pit-lane. Se avessi avuto libera scelta (o se semplicemente avessi dovuto acquistarmi i biglietti) non avrei mai scelto al tribuna d’arrivo. Certo, non si vive il momento epico della partenza, ma altre zone del Santerno anche se con posti più lontani danno una visuale su una porzione estremamente più ampia di tracciato, con punti anche decisamente intriganti a livello di pilotaggio. L’avrei preferito e lo preferirò, quando sarà il momento di togliere la sua unicità al GP di San Marino 2003.

L’andamento di questa gara in particolare però ha premiato oltre i suoi meriti questo posto da 1 milione e duecentomila lire: i box delle scuderie di testa era perfettamente visibili ed è li che si sono svolti i pit stop che si sono rivelati decisivi, incluso quello che ha dato a Michael la vittoria e quello che l’ha tolta a Ralf. L’uscita della pitlane come ultima cosa visibile ha fatto si che fossimo i primi ad esultare per il risultato, in quanto testimoni diretti. La BAR di Villneuve si è ritirata per guasto tecnico, parcheggiando proprio lì; il miglior sorpasso di tutto il GP, con cui Barrichello ha tolto a Ralf Schumacher l’ultimo gradino del podio, è avvenuto proprio lungo tutto il tratto di rettilineo a noi visibile! Un sorpasso di un ferrarista ad un Gran Premio italiano è una cosa da scala Richter.

E ovviamente, la vittoria, Michael che taglia il traguardo per primo, per cogliere la sua vittoria più triste. Di certo non è la vittoria che rende a pieno le sue qualità specifiche di pilota (Imola non è mai più stato, nè mai più sarà, lo splendido e selettivo circuito che era prima della morte di Ayrton Senna), ma dà l’idea perfetta della forma mentis e del livello di dedizione, concentrazione e attenzione al dettaglio che Schumacher ha messo nella sua carriera e che non hanno precedenti nella storia di questo sport.

Spero che nessuno debba mai doversi testare, ma credo che Schumacher fosse l’unico pilota a poter vince un Gran Premio come quello, con una pressione addosso fuori dall’ordinario anche per esseri umani che di ordinario non hanno niente di niente di niente, essendo abituati a non poter sbagliare perchè se no basta, game over per davvero. Schumacher quell’anno si laureò Campione del Mondo con 2 punti di vantaggio su Raikkonen. Avrebbe perso il titolo se avesse rinunciato a correre, se fosse stato umano anche solo quella volta che se lo poteva permettere.

Written by stefanauss

mercoledì.20.aprile.2011 at 9:44

Pubblicato su First Life, Formula 1, Viaggi

L’entomologo imprenditore

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Sono più che certo che anche i più angioletti e candidi tra noi almeno una volta nella loro vita hanno sentenziato l’ingresso prematuro nell’eden entomologico di una zanzara, o di una mosca, o di una vespa, o magari perfino una cavalletta. Che sia stato per procacciarsi 5 minuti di tranquillità in più, o per impedire che vi cada d’improvviso nel piatto facendovi passare totalmente la fame, o magari proprio per sfamarsi, chissà.

È unanime che il modus operandi prediletto sia la morte per schiacciamento. A mani nude, con un fazzoletto o tovagliolo, o con una paletta, questione di stile più che di mezzi (Io non lo faccio mai senza protezione, per esempio). Niente di lontanamente divertente e crudele (arrotondiamo, e non consideriamoli in contraddizione per stavolta, dai) come la combustione da concentrazione di raggi solari ma d’altronde non c’è molta scelta. Gli insetti, senza ragione apparente, si sono dimostrati immuni a strangolamento, accoltellamento, colpi da arma da fuoco e pirati stradali. L’unico altro rimedio efficace è l’avvelenamento, ma è scomodo, noioso e troppo lungo persino per il fanatico della chimica.

Ma neanche il CIAK è privo di effetti collaterali. Ecco lo stato del muro di camera mia (non proprio, la camera illuminata malissimo nella casa dove sto passando le vacanze) dopo il mio ultimo insetticidio.

Non va più via. Sono rimasto esterrefatto, particolarmente per la velocità degli eventi. Ronzio attorno alle orecchie, sguardo a destra, una roba a metà tra una zanzara e una libellula che rimbalza sulla parete, fazzoletto semi-usato casualmente poggiato sul lenzuolo, preso, CIAK, torsione fazzoletto, strofinare per bene, ancora un po’, ehi ma..

Stava venendo via, e poi non più. In neanche tre secondi, giuro. Si è praticamente consegnato all’eternità (o giù di lì) mentre ripulivo la scena del crimine. Meno male che la mia tecnica preferita di schiacciamento coinvolge la carta, se non avessi avuto un arma del delitto 2×1 la parete ora sarebbe in uno stato troppo disgustoso anche per un qualsiasi standard maschile.

È chiaro che non siamo neppure nei dintorni dell’indelebile, ma ampiamente nel territorio del resistente. Quindi, considerando che nel mondo ci sono circa un milione di diverse specie di insetti e che per una larga parte di queste specie il numero di esemplari disponibili è ridicolo per quanto è grande, e che oltretutto la materia prima è intrinsecamente rinnovabile in poche settimane, proprio non c’è business per le budella di insetto? Quali criteri scientifici, tecnici e/o economici impediscono di usarle per, chessò, vernici e colori?

E con ogni probabilità si tratterebbe, qualsiasi cosa sia, di un business-trampolino: pare che alla FAO, scambiando erroneamente gli stomaci brontolanti in giro per il mondo per un fastidioso ronzio (entrambe cose che non è riuscita a scacciare), abbia fatto una provvidenziale associazione di idee e proposto di cominciare a sgranocchiare insetti a colazione, pranzo e cena per porre fine alla fame nel mondo. Io ho i miei dubbi: considerando che alla bulimia è stato conferito a tempo lo status di patologia, la cosa mi suggerisce che mangiare e vomitare a stretto giro di posta non sia granché salutare.

Però volendo dare fiducia alla FAO (è necessario, vivono di fiducia), se avessero ragione si aprirebbe una finestra per l’ingresso di un nuovo colosso alimentare, un McDonald più schifoso ma incredibilmente eco-sostenibile. Un McBuzz, chiamiamolo. E se tu, imprenditore entomologo, ti eri già lanciato tempo fa nel colorito mondo dell’industria cromatica, allora sei già pronto. Tutto ciò che devi fare è costituire una nuova società, quattro spicci di capitale e andrai presto a cena con Bill Gates, Steve Jobs, Rupert Murdoch e Warren Buffet. E difficilmente ti troverai a offrire per tutti.

P.S. Comunque, una scoperta scientifica da condividere ce l’ho io. Da quando ho cominciato a scrivere questo post, di punto in bianco, non ne ho visto neanche un insetto nonostante lo scenario da caso peggiore: finestra aperta e luce accesa. La conclusione è incontrovertibile: gli insetti sanno leggere. Che smacco, delfini.

Written by stefanauss

venerdì.6.agosto.2010 at 21:26

Pubblicato su Illuminismo spento

Come in una terza di copertina di un Lemony Snicket

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Sotto al mio appartamento abbiamo un altro locale, che nel mio stabile è sempre rimasto allo stato di cantiere, che usiamo come deposito/cantina/ecc. Qualche anno fa era un unico locale che abbracciava tutte e tre le facciate del palazzo, con un balcone esteso per tutta la lunghezza della facciata restante; in pratica tutto un piano. Dopo qualche anno è stata tirata su una parete divisoria e nell’altra metà è stato costruito un vero e proprio appartamento. La nostra metà invece è sempre rimasta com’era, e la usiamo solo per scendere, prendere un qualcosa depositato lì, e tornare su.

Inspiegabilmente, nel corso degli anni una incredibile quantità dei miei sogni si è ambientata lì.

Oggi ho sognato che mi trovavo in questo locale, nella sua configurazione originale senza divisioni. Non solo, era molto, molto, molto più grande, praticamente come se il piano che occupava appartenesse ad un grattacielo. Fuori c’è il sole del pieno pomeriggio, che entra decentemente nella stanza attraverso le fessure delle tapparelle che seppure belle larghe sono comunque tutte tirate giù. Il grosso del contributo alla luminosità lo dà la vetrata del lunghissimo balcone, dalla quale la luce, ma nessun raggio solare, entra a piacimento. La classica situazione dove ogni singolo granello di pulviscolo ti appare meraviglioso in tutta la sua pigrizia.
Dopo un po’ che cammino tra polvere e cianfrusaglie, ma soprattutto tra la povere sulle cianfrusaglie, mi imbatto in una frotta di mie zie e cugine intente a lavorare attorno ad un vecchio tavolo che nel suo momento di gloria troneggiava in una falegnameria. Ci salutiamo distrattamente mentre cerco di intravedere a cosa lavorano, ma sono così tante che il banco di lavoro mi è precluso. Comunque me ne frega veramente poco, e faccio per proseguire quando una delle mie cugine (la stessa che poi avrebbe davvero abitato nell’altra metà del vero locale) si ridesta e mi dice

“Ah Stè, c’è una persona che ha chiesto di te.”
“E chi è?”, dico più sorpreso che curioso.
“Quel tizio tutto… quello che abita qui in fondo.” afferma lei, forte di un aggettivo che evidentemente non sono degno di ascoltare. Faccio di nuovo per andarmene, ma lei conclude con “Comunque è ancora qui, lo trovi più avanti.”

Dopo un po’ che cammino arrivo in fondo, nella parte più vicina alla balconata. E’ pieno di vecchi macchinari da falegnameria, che sto costeggiando vicino alla parete. Arrivato quasi in fondo, finalmente intravedo la persona in questione.
E’ alta. Ed è vestita in modo tale da rendere invisibile qualsiasi lembo della sua pelle. Impermeabile grigio lungo fino alle caviglie, cappello abbinato con la tesa larga e occhiali da sole scuri. Guanti. La cosa strana però è che tutto questo guardaroba gli cade addosso proprio come se fosse appeso ad un attaccapanni.

Non resta lì ad aspettare che lo raggiunga, anzi appena mi vede scatta verso di me come un centometrista sui blocchi. La sua corsa è strana, sembra una cavalcata. Io continuo a camminare normalmente, fin quando lui non è quasi arrivato all’angolo dello stretto corridoio tra macchine per il legno e parete che sto percorrendo. In quel momento, inciampa, o almeno così mi sembrerebbe se non fosse che il suo impermeabile, i suoi guanti, il cappello e gli occhiali paiono come smontarsi e cadere prima di lui. Il risultato: li sento cadere a terra, e poi silenzio, e non vedo più il tizio fino a quando non arrivo, affrettandomi, esattamente oltre l’ultima delle macchine.

Poco più lontano di dove mi sarei aspettato di trovarlo ma dove invece ci sono solo quei vestiti, non c’è un qualcuno. Al suo posto, un cagnolone dal pelo bianchissimo e ordinato. Se non fosse stato un cane avrebbe potuto tranquillamente essere un orso polare, magari cucciolo.
Sta lì a fissarmi per un po’, scodinzolando leggermente. Stretti nella sua morsa ci sono dei fogli di carta. Quando decido che questo stallo è durato abbastanza, allargo leggermente le braccia con i palmi rivolti verso fuori e scrollo di un minimo le spalle, in un classico movimento da “Allora? Cos’è che vuoi?“.
Per tutta risposta, scosta il muso per prendere slancio e con un movimento deciso della testa lancia verso di me quei fogli di carta. Li afferro facendo mentalmente i complimenti all’agilità della razza.
I fogli saranno una sessantina, sono spillati. Il testo è scritto a macchina. Mi ci gioco le palle che quei fogli A4 non hanno mai visto una getto d’inchiostro. Hanno la forma di ciò che è stato letto e riletto e poi piegato a U per tenerli meglio in mano, forse per portarli altrove. Do’ una rapida occhiata al contenuto. Non soddisfatto dallo spulcio, passo ai modi espliciti.

– “Che roba è?” dico alzando gli occhi verso Zanna Bianca.
– “Un racconto.” risponde lui. E quando dico risponde, intendo risponde.
I sogni hanno regole loro, e una di quelle più tassative è che non fai mai la domanda più logica. Quindi adesso non mi chiederò perché Zanna Bianca sappia parlare, ma bensì mi domanderò una cosa tipo
– “E perché lo dai a me?“, con fare scocciato oltretutto.
Zanna Bianca esala una perfetta sintesi tra una risata di gusto e un latrato. Si capisce che si tratta di questo dalla leggera accelerazione a cui la coda è sottoposta. Dopo un po’ risponde, col tono di chi ne sa molto più di te:
– “Diciamo che… non ci saranno più variazioni.

Fisso Zanna Bianca per un po’, ma lui non mi da la sensazione di volere aggiungere qualcosa entro breve. Abbasso lo sguardo verso lo scritto come a voler cercare la risposta lì, ma per fortuna non serve. D’improvviso capisco che, qualunque cosa abbia tra le mani, è postumo.
Come rianimato dalla consapevolezza, stavo per chiedere se il racconto fosse incompleto (invece di un più generoso “che è successo all’autore?“, ma sapete come sono le regole), ma prima che possa proferire parola mi sveglio. Ore 7:55.

Written by stefanauss

martedì.27.aprile.2010 at 17:14

A grande richiesta: il brevetto RadioBread

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Potete usare i set 1 e 2 di virgolette con le parole grande e richiesta a seconda del vostro gusto. Il mio consiglio è di usare il Set #1 per “richiesta” e il #2 per “grande”.

Il panino che vedete sopra ha raggiunto la ormai venerabile età di 4 anni (spiacenti muffe di tutto il mondo, quel panino non esiste più già da tempo; nacque solo per essere ricordato) ed è il risultato di

A) Una sfida creativa tra due persone la cui idea di inventore è più vicina al’Archimede schiavizzato da Zio Paperone sulle pagine di Topolino piuttosto che a Thomas Edison, Meucci o Bell.
B) Troppo tempo libero.

I componenti del prototipo di RadioBread includono: pane duro di qualche giorno, una radio-cuffia, un coltello. Il panino-prototipo sorride grazie ad un pennarello indelebile, ma negli schemi costruttivi era prevista la possibilità di ottenere un’espressione di felicità meno cancerogena sostituendo quel particolare componente con del cioccolato per pasticcieri, in tubetto, ad esempio.

Il guanto di sfida è stata una RadioPen: la mia concorrente, credo durante una lezione di matematica, ha divelto una di quelle penne grosse come vibratori, dotate di una dozzina di colori da scegliere a seconda del contrasto adatto al proprio diario scolastico, per inserire al posto dell’arcobaleno di inchiostri una mini-radio. Ottimo diversivo per le lezioni noiose. Mi risulta che il tutto fosse funzionante, non ricordo bene.

L’idea mi piacque, lo spirito competitivo ha fatto il resto. Avevo anche fame, probabilmente. Comunque adesso spiego perché, secondo me, ho vinto io. A parte l’ovvio primato estetico (le penne multi-color sono orribili di default, figurarsi ad infilarci una radio senza poterla richiudere completamente), il mio RadioBread funziona perfettamente sia come radio che come panino (non nella variante leucemica in fotografia, chiaro) mentre la RadioPen non consentirà mai alla sua autrice  di scrivere sul diario il testo di Giudizi Universali.

C’è da dire che è possibile che io sia prevenuto. Le penne multi-color sono state fonte di gioie e dolori. Durante le lezioni mi capitava inconsciamente di prenderne una in mano (quasi sempre non era mia) e cominciare ad antistressarmici su, per esempio facendo scattare improvvisamente una delle cannucce d’inchiostro per poter sentire l’eco della molla, oppure cercando di far scendere il massimo numero di cannucce possibili. Spesso però la molla saltava d’improvviso, pizzicando a velocità folle un minuscolo lembo di pelle di un malcapitato dito rimasto errante nella parte superiore.

È che con me gli scarabocchi sul quaderno, i disegni sul banco, proprio non funzionavano come distrazione. Il rapporto conflittuale con le penne multicolore è andato avanti fino a quando non è divenuto troppo imbarazzante possederne una, un momento che convenzionalmente faccio risalire al primo giorno di prima media. Un amore-odio che è dunque rimasto in sospeso e che farà la gioia del mio terapista immaginario.

Written by stefanauss

sabato.3.aprile.2010 at 12:37

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