∞ Stefanauss ∞

una sana overdose di me.

Casa Terruzzi

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Giorgio Terruzzi, il poeta ufficioso della massima espressione dell’automobilismo mondiale, la voce che dopo ogni gara raccoglie e fissa il flusso aerodinamico dei pensieri e delle sensazioni di tutti gli appassionati del bel paese, incastonandolo in una sequela di virgole che se potessi piazzarle una dopo l’altra il ritmo ti ricorderebbe il primo intermedio di Silverstone, guai a spezzarlo, altrochè.

Una volta tanto ha usato il punto, il punto e basta e per me va bene così. Sarò sincero: è una lucidità che giunge inattesa, quasi insperata, molto piccata, poco credibile ed è un bel guaio che senza la voce no, non ipnotizzi nessuno.

Ma sono d’accordo con Giorgio. Col punto. E col basta.

Vai di nuovo con le virgole.

Written by stefanauss

Lunedì.11.Maggio.2009 alle 18:40

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Giusy Ferreri

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Ha una cazzo di voce che sembrerebbe straniera in qualsiasi paese.

Written by stefanauss

Giovedì.30.Ottobre.2008 alle 12:53

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Heroes

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Si parla molto di questo ultimamente.

Questa è una riflessione che non si rivolge nè ai due bambini, nè ai loro genitori, alla loro famiglia e a quella dell’eroe.

Quando parlano di eroismo, cosa intendono?

L’eroismo implica sacrificio, tutto il sacrificio possibile in questo caso.

Ci si sacrifica o perché si desidera farlo, o perché non si può fare altrimenti. Ma se si potesse fare altrimenti? Se si potesse scegliere? E se si scegliesse di non voler essere eroi?

Oppure l’essere avventato potrebbe, un giorno, fare di me un eroe?

P.S. E’ una bella sensazione fare domande quando le risposte sai che non possono esserci più, che non esistono più.

Written by stefanauss

Sabato.6.Settembre.2008 alle 17:34

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Questione di fiducia

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Written by stefanauss

Giovedì.4.Settembre.2008 alle 18:44

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Camera oscura

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Scrivo solo perchè scripta manent.

Non ci sono altre ragioni per provare a descrivere questo sogno, ma voglio ricordarlo in futuro. Per motivi che mi saranno chiari solo in divenire, ovvio.

Tutta la mia famiglia e i nonni materni siamo in vacanza in montagna. Lo so perchè è l’unico posto dove io abbia mai visto la neve, e questa è presente in abbondanza. Per quanto l’esterno mi sia sconosciuto, l’interno è identico a quello della casa dei nonni paterni in Sila, ma senza neanche una finestra. Papà e nonno Salvatore sono seduti sul claustrofobico divano rosso, Nonna Carmela sfoggia il suo metro e cinquantasei sulla soglia della cucina. Mamma e Martina non le vedo, io siedo al tavolo.

Il Nonno Salvatore si sente male. Il suo colorito è acceso di rosso, tiene una mano stretta al petto. Io so che è un infarto, ma la presa al petto è strana e quasi buffa: sembra sul punto di cantare l’Inno.

Non si muove freneticamente, anzi ondeggia mentre con la bocca mezza aperta cattura ogni volta pochissima aria. Ricordo di aver pensato che era di un silenzio estremo quell’infarto. L’unico suono nella stanza era quello delle imprecazioni di un secondo Nonno Salvatore, in tutto e per tutto identico al primo se si eccettua il miglior stato di salute. Maledice l’altro sé stesso, colpevole di trapassare senza troppo savoir faire.

So di essere stato preoccupato tutto il tempo. Solo preoccupato, non angosciato o disperato. L’atmosfera era del tutto permeata dalla comune considerazione che si, tanto, c’era un Nonno di riserva.

Poi cambia tutto. Non di colpo, non vortica tutto, non volo io, niente di metafisico. Come quando ti addormenti davanti ad un film che volevi proprio vedere e trovi una scena con personaggi, luoghi e suoni totalmente cambiati ma tu sai che è lo stesso film.

Io e la mia amica E. ci incontriamo ad una festa. Una di quelle con un sacco di gente sudata che ti balla quasi addosso, ma della quale la birra servita nei bicchieri di carta ti può solo far pensare “Mocciosi”. Non dovevamo incontrarci, succede. C’è pochissima luce.

Parliamo a bassa voce, una conversazione tranquilla che sarebbe impossibile in una realtà dove i casini, sotto forma sonora, si propagano. Sfortunatamente le succede di scoprire una mia bugia superdotata: lunga e grossa. “Cazzo”, penso.

E. gira lo sguardo, serra un po’ la mascella, scende dal bancone su cui era stata tutto il tempo e gira sui tacchi senza una parola in più. Provo a seguirla, ma ora la ressa nel locale è tornata a seguire alla lettera le prescrizioni scientifiche: impenetrabilità della materia.

Questo è il momento in cui, lo dico ora, sarebbe stato pessimo, davvero pessimo svegliarsi. Per fortuna non accade. Passa del tempo, parecchio tempo.

Tanto tempo senza più nulla di E. Non so dove si trova, come sta e perché sta come sta. Mi rendo conto che ho passato gran parte di questo tempo a guadagnarmi un perdono che, vai a sapere perché, sono convinto di meritare. Scrivo delle lettere e non ne ricevo alcuna.

Un’altra città, un posto affollato di un’altra città. Tanta gente di altri posti, in questo posto. Tutti sembrano diretti verso altri posti tranne me, che sembro l’indigeno, il pellerossa che accoglie sorridente  i coloni ignaro di quello che gli accadrà. Sto parlando con uno di loro.

E. mi scorge da molto lontano nonostante la folla. La vedo avvicinarsi piano piano, mano nella mano con tutte le sfumature di incredulità di cui la riconoscevo capace, più qualche altra new entry.
La tua espressione non si dimentica.
Sento distintamente i meccanismi svizzeri del feeling ripartire, sebbene non in grande stile. Tanta polvere e ruggine e stridii fastidiosi.

Cavolo, sei molto più bionda di come ti avevo lasciata. Anche perché eri mora. Mi piaci così.
Tu senti il bisogno di chiedermi se io sia io. Se la tua espressione di prima fosse stata un fumetto, nessun altra domanda sarebbe stata più a suo agio nella nuvoletta.
Non mi sono mai sentito la persona più adatta a rispondere.
Per te faccio un’eccezione.

Vivere con E. è divertente nei sogni. E’ il tipo di ragazza che la prima volta che sali in camera sua, pensa bene di fornirti l’ubicazione della camera sbagliata (o l’ubicazione sbagliata della camera, come uno preferisce leggere). Della casa sbagliata.
Entrare in una camera, accendere la luce e sorprendere nel sonno due infanti sconosciuti non è stato piacevole. Più per loro che per me vista la somiglianza tra la mia comparsa e quella dell’Uomo Nero, ma non posso certo curarmi degli incubi dei miei sogni.
Siamo pari ad ogni modo: la comparsa dei loro genitori è stata più spiacevole per me che per loro.

Quando torno sulla retta via E. si sforza di non ridere. Faccio finta di niente anche io, perché so che così la diverte di più. Concludo che è meglio mettermi comodo prima di darle la giusta soddisfazione: mi sdraio sul divano, la testa sulle sue gambe, e sfogo il mio rallegrato rancore ricevendo in cambio  nient’altro che la più appassionata indifferenza.

Il suo seno mi da fastidio. Riesco a vederle il viso a malapena, dalla posizione in cui sono. Ho l’impulso di spostarle.

Buongiorno. Ciao E., neanche avresti dovuto esserci in questo capolavoro onirico.
Desiderei tanto sapere perché sono passato dalla terza alla seconda persona, e ritorno.

P.S. Questo post è anche un doveroso omaggio ad una mia ex-buona intenzione.

Written by stefanauss

Venerdì.25.Luglio.2008 alle 0:39

Bariste

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Barlady?

Bartender?

Barwoman?

Barmaid?

Barbara?

Come crispio vi chiamate?

Written by stefanauss

Sabato.12.Luglio.2008 alle 13:50

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Merce rara

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Ma chi ha detto che la nostra è una generazione senza ambizione?

Sta ragazza merita di essere aiutata. Qualcuno ha una licenza di uccidere in più? Anche usata, non importa. ASTENERSI OPERATORI SANITARI.

Do una mano come posso.

Vacuity

VENDO

La spazzola originale di Melissa P.

Caricatore da 100 colpi incluso.

Il mio nuovo lavoro è annuire ai deliri.

[Foto by fabricciuse: Vacuity]

Written by stefanauss

Martedì.1.Luglio.2008 alle 5:50

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Sul cucuzzolo del monte Sinai

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“Non desiderare la casa del tuo prossimo. Non desiderare la moglie del tuo prossimo, né il suo schiavo, né la sua schiava, né il suo bue, né il suo asino, né alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo” (Es 20,17)

“Chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore” (Mt 5,28)

Professor Dio, io quella lezione ero assente: mi è morto il gatto, quella cavolo di macchina non…..

Scusi le scuse, non tengo mai ben presente chi sia lei dopotutto.

Dicevo: non c’ero e non sapevo che avrebbe interrogato, oltretutto troppo spesso ultimamente.

- Non negare con me: non vi hai messo impegno alcuno.
- E’ vero. Ma il problema è un altro: sono troppo stupido, non afferro l’intero concetto. Come posso smettere di desiderare qualcosa?
- Non desiderandola fin dal principio, come scritto sugli appunti che ho lasciato.
- Però avevo pensato… anche ottenerla può funzionare, no?
- Vai dietro la lavagna, porca Eva.

E a proposito di donne, penso di poter craccare il sistema. Sessista com’è, il Prof non ha degnato di considerazione il desiderio femminile: pare che le donne possano guardare gli uomini per desiderarli senza per questo temere di vedersi intestato un appartamentino non arredato dal riscaldamento sempre acceso in Zona Sud.

E’ deciso, saranno loro a desiderare me. Un po’ come quando mandi il fratello maggiorenne a prendere la vodka.

Se non funge, Piano B: potrei amare il prossimo suo come sé stessa, per delega.

[Dedicato ad A. ed E.]

Written by stefanauss

Giovedì.26.Giugno.2008 alle 2:42

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Solstizio di una lunga estate caldissima

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Da ricordare per la naturalezza con cui è venuta a galla la verità, inaspettata.

Il 21 Giugno a Crotone non è il giorno più lungo dell’anno; è il giorno che te lo fa venire più lungo dell’anno.

Written by stefanauss

Domenica.22.Giugno.2008 alle 23:30

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Contrario alla discriminazione o discriminazione al contrario?

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Sabato sera, bar del centro.

Una signora di mezza età (Romilda, in questa sede), membra attiva della comunità rom, fatica non poco per tenere a bada i chiassosi figli (Romano e Romolo, in questa sede). La cassiera, una donna tarchiata con piccoli baffi tarchiati e capelli grigi e, indovina un po’ tarchiati, attira la loro attenzione con uno strilleto, porgendo il pacchetto di caramelle da 50 centesimi acquistato dalla signora poco prima e congedandosi con una smorfia all’insù della bocca.

Dopo aver diligentemente servito mezza fila dietro di me la cassiera tarchiata entra in una breve catalessi. Dopo mezz’ora di preliminari decido di rompere gli indugi e chiedere una ricarica telefonica da 20. La ricevo, preceduta da un’occhiataccia terribile, neanche avessi detto a quello dietro di me “Ehi, hai visto quant’è tarchiata la cassiera?”. Pago, aspetto il resto, e aspetto il resto, il resto mi aspetta, il resto è sbagliato, aspetto il resto, mi viene dato il resto. Ovviamente ringrazio, faccio per allontanarmi e vengo salutato da una smorfia all’infuori della bocca (un rutto, in questa sede).

E’ vero, solo uno stupido può discriminare.

Ma mi domando se si possa essere perfino troppo idioti per farlo.

Written by stefanauss

Giovedì.12.Giugno.2008 alle 20:57

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